Quando la mattina rimango sospesa tra il sonno e la veglia, ci sono voci che mi destano, non so nemmeno io da dove giungano, se appartengano alla regione dei ricordi, se siano echi del passato o frammenti di un sogno presto dimenticato o parti di un discorso interrotto dalla ragione. Sono voci confuse, altre ben definite, ma sconosciute, solo quella che mi sveglia è una voce che conosco, la voce che mi chiama per nome, come se volesse trascinarmi dal regno delle ombre fino alla terra dei vivi, è la voce che mi porta subito tra le tue braccia, che mi incolla alle pareti del tuo corpo elegante e perfetto, che mi regala un altro giorno di emozioni, è la voce che m’incanta e mi rapisce, per portarmi attraverso itinerari imprevedibili.
Ci sono voci che ti entrano dentro come se si trattasse della tua stessa voce e scavano e si fanno largo, alla ricerca dell’ascoltatore che c’è in te. Se moduli per me i suoni che aspetto e che compiono la mia giornata, rendendola degna di essere vissuta, io è come se ti sentissi attraversarmi la pelle, incanalarti in ogni anfratto, pulsare insieme al mio cuore, stabilire una connessione che non è solo corpo, o solo pensiero, ma che abbraccia tutto ciò che ci compone fino a comprendere l’universo intero.
Ci sono voci che ti cambiano la vita, che diventano vista per ciechi e udito per sordi, che ti fanno scorgere mondi interi, che ti fanno planare delicatamente sui morbidi prati del pensiero profondo. Ci sono voci che profumano, che t’inebriano con suoni che mutano in base alle parole e al trasporto delle emozioni che le accompagnano e voci che improvvisano danze e ti trascinano di luogo in luogo senza che tu te ne accorga, sospinta dai suoni morbidi che incalzano e aumentano fino a farti volteggiare ubriacata d’insensatezza.
Ci sono giorni in cui la tua voce comprende tutti e cinque i sensi, in cui è capace di seguire il ritmo dei miei movimenti e di ogni mio respiro per te. La tua voce, che io amo, mi segue ogni istante, anche quando rimani in pausa, per un attimo e ti sporgi dentro di me, per ascoltare il mio silenzio eloquente che ti dice quel che già sai, cosa penso, cosa sento e perché. La tua voce, che scandisce il ritmo lento delle mie giornate e le approssima alla pace ineffabile, a qualcosa che somiglia al raggiungimento di una meta, alla quiete di un affanno che si placa, si poggia come una foglia leggera su di me e quasi mi ipnotizza con la sua lenta discesa, incidendo ogni concetto delicato nella mia anima. È la tua voce che mi dice le parole dell’amore, coprendo tutto lo spettro dei colori, ed io che ho imparato ad ascoltarti così bene, non faccio che dipingere, giorno dopo giorno, l’edificio che ci ospita, affinché diventi l’unico esistente in tutto il creato o in qualsiasi luogo della fantasia.
Ci sono voci che ti forgiano, ti trovano che sei un pezzo di ferro pieno di impurità e ti plasmano dolcemente, ma con decisione, un giorno dopo l’altro, finché non diventi una spada di puro acciaio, che compie tagli perfetti e recide con lama fredda, ma con la vista e l’anima. Perché la forza interiore è la vera guida del corpo e la staticità non è mai reale quando hai il cervello che vibra. La mia mente si espande, alcune volte ti raggiunge, altre volte no, ma sempre circumnaviga lo spazio interplanetario e in ogni particella scorge frammenti di te e di sé come se si potesse fluttuare all’infinito, senza forza di gravità, senza intervalli temporali, soltanto allungando la fune che ci congiunge, solo per avere, talvolta, l’impressione di andare via, ma per riunirci, poi, con uno strattone repentino.
Ci sono voci che guidano, che sanno sempre consigliarti, che ti rendono tutto più semplice e morbido, voci che ti abbracciano, che ti prendono per mano e ti aiutano ad allungare il passo e a sorridere, c’è la tua voce che è respiro e battito, che mi sospinge in quella dimensione dove non esiste nient’altro che noi due, perché è vero che il tempo si può annullare e che la materia si sconfigge facilmente, che esistono risposte per tutte le domande e una voce diversa per momenti differenti e con l’intesa perfetta, perfino il battito di ciglia arriva come un alito leggero dentro gli occhi e finanche le cose che ci circondano sembrano possedere una voce propria e con un mormorio sommesso, ci avviluppano e stringono in un abbraccio che tutto comprende e tutto rivela.
Postato alle 20:41 di giovedì, 15 maggio 2008 da dalloway66
Clarissa doveva avere tre o quattro anni, in una casa in cui non sarebbe mai ritornata, della quale non ha alcuna altra memoria se non questa, precisamente distinta, più chiara di ciò che le è accaduto ieri: un ramo che batte alla finestra mentre attaccano le trombe, come se il ramo, mosso dal vento, avesse in qualche modo determinato la musica. Le sembra di avere iniziato in quel momento a vivere nel mondo, a capire le promesse implicite in uno schema che è più grande della felicità umana, sebbene contenga la felicità umana insieme a ogni altra emozione. Il ramo e la musica contano per lei più di tutti i libri nella vetrina del negozio.
(Michael Cunningham, Le Ore)
A volte un suono o un profumo o una semplice parola, possono scatenare una ridda di ricordi accatastati negli angoli della memoria. Ci sono suoni che creano sinfonie, mentre pezzi di vita riaffiorano e ci rivelano aspetti determinanti, sui quali non avevamo mai riflettuto, è come se certi pensieri continuassero a comporsi e strutturarsi, nel corso della vita, in modo inconscio e poi saltassero fuori all’improvviso, quasi senza un motivo, provocati da qualcosa di esterno a noi. Ma un motivo c’è sempre, tutto si muove secondo uno schema apparentemente incomprensibile, ma che si comprime e si espande e ci raccoglie, tutti quanti.
Cammino ormai sospinta da una lieve brezza, e sembra quasi che io navighi sull’asfalto, perché la forza che mi sospinge non è il passo, ma il pensiero di un altro giorno insieme a te.
Srotolare il papiro della perfetta conoscenza richiede mani delicate, tocchi leggeri e penne d’oca che incidano il prezioso rotolo senza scalfirlo, come pennellate appena accennate che però dipingono il furore e l’estasi dei giorni che si inseguono, del tempo che si struttura tra musica e parole, del cielo che si abbassa solo per incontrare uno sguardo complice, carico di elettricità e clamore. E se i miei tempi si perdono nei percorsi del ricordo, basterà tracciare mappe stellari, che brillino anche nei giorni nel buio più intenso, quando ci si confonde tra le ombre e niente sembra avere contorni definiti, quando ci si perde nella normalità e sembra che non ci sia più terreno sotto i piedi, né alcun luogo dove andare.
Quando il tempo sembra che acceleri il passo e dalla luce del sole ci si ritrova all’improvviso tra le ombre della sera, una strana meraviglia sempre sorprende, ma poi un sorriso abbraccia quel che rimane della giornata, con l’eco delle parole che si mettono in ordine e i sussurri che ancora aleggiano e scendono piano, ondeggiando, con i colori di un paracadute di seta, che si gonfia e sgonfia e segue gli spostamenti leggeri della brezza serotina.
Le incursioni nei territori che ci appartengono, in un continuo percorrere delicatamente gli universi dell’incanto, agitano il promemoria dell’attesa, s’insinuano nei pensieri, diventano ossessione.
Guardate come lei si lascia catturare
dal bastone che si muove, dalla minuscola mossa
d’ala di ogni mosca, dal rumore
di ogni porta che si apre.
E quando si mette sulle mie ginocchia
sembrerebbe per sempre, le unghie
quasi conficcate nella carne. Ma se passa
un uccello alla finestra, addio baci
addio carezze, lei vola via.
E poi, forse, ritorna.
(Patrizia Cavalli, da Il Cielo)
Ormai niente potrà mai più essere come prima, adesso che il mio tempo si confonde con il tuo, in una danza leggera che trascina e muove i tuoi capelli e ti fa brillare gli occhi, luogo prediletto della tua anima inquieta e sorprendente. E non importa se l’aria diviene rarefatta e i pensieri si ingarbugliano, quasi immersi dentro una nebbia, non importa se le cose mi cadono dalle mani, distratta da ogni riflessione che si posa su di te, no, non importa se le mie giornate si intrecciano solo con le tue, se non conosco più un luogo diverso dai tuoi preziosi recessi, se vado via solo per venire da te, se ti consegno il mio soffio vitale e mi dimentico di qualsiasi cosa che non sia tu. In ogni alba che vedo, la mattina appena sveglia, mi sembra di percepire il tuo profumo e scorgerti tra i veli del sonno, con le tue pose irrequiete di demonio intrappolato nel corpo di un angelo, con le tue lunghe braccia che discendono il declivio dei tuoi fianchi e compiono la tua posa statuaria nelle tue eleganti mani di pianista, piegate leggermente, rendendoti apparizione suggestiva e incantevole, che toglie il sonno e compromette la veglia. Niente più sarà mai come prima, perfino il perimetro della mia stanza abbandona le leggi della fisica e muta, insieme alle pareti girevoli che conducono alla tua porta, e i libri che si uniscono disordinatamente e i tuoi passi cadenzati e le punte di asparagi in cucina e il rumore delle stoviglie, il tuo armeggiare preciso affinché ogni cosa sia in ordine e il suono della tua voce, che circola insieme al sangue nelle mie vene e raggiunge un cuore tachicardico e impazzito, che continua a pulsare, sorpreso e sbalordito di trovarsi in mezzo a un mare di serenità, solo quando si adagia su di te.
Era un’improvvisa rivelazione, un’impressione, come il rossore che si vorrebbe reprimere e al quale, poiché si diffonde, si finisce per cedere; e allora ci si precipita all’estremo limite dell’abisso, e là rabbrividendo si sente il mondo avvicinarsi, denso di qualche straordinaria rivelazione, incalzante fino a rompere la crosta sottile e a traboccare e a rovesciarsi con grande esuberanza, sulle crepe e sulle piaghe. Allora, in quei momenti, ella aveva visto una luce; una fiammella ardente in un croco; un intimo significato quasi espresso.
(Virginia Woolf, La signora Dalloway)
Only you make me feel good
Postato alle 12:25 di venerdì, 09 maggio 2008 da dalloway66
« Quando ripensa a quegli anni lontani è come se li guardasse attraverso un vetro impolverato, il passato è qualcosa che può vedere ma non toccare e tutto ciò che vede è sfocato, indistinto »
Così si chiude il film del 2000 di Wong Kar-Wai, In the mood for love, all’interno del quale si trovano tutti i temi prediletti da questo regista, una storia d’amore che non si evolve, la solitudine, la difficoltà di esprimere i sentimenti e i ricordi che rimangono, mentre il tempo vola via. Tutto si svolge su un piano destrutturato sul quale i protagonisti si muovono più per sguardi e sensazioni che per dialoghi veri e propri, le frasi rimangono sospese, sottolineate dalla musica, mentre la vita se ne va, trascinandosi tutte le delusioni del tradimento, dei sentimenti che nascono ma non si sviluppano in una comunanza d’intenti e della nostalgia che si affaccia di continuo, come eco del passato e traccia ben distinta del presente.
La trama è molto semplice, i due protagonisti traslocano nello stesso edificio lo stesso giorno e diventano vicini di casa, casualmente scopriranno che i rispettivi coniugi sono amanti. Così i due si avvicinano e, nel tentativo di comprendere il perché di questo inganno, mentre fanno delle passeggiate o cenano al ristorante, assumono ciascuno il ruolo del compagno dell’altro, immaginando i possibili dialoghi e le conseguenti risposte, nel momento della rivelazione, ma finiranno inevitabilmente per innamorarsi a loro volta, anche se non se lo diranno mai .
Pur affrontando il tema dell’adulterio i due amanti non vengono mai inquadrati, il problema non viene posto in termini di moralità, non si è sottoposti ad una sorta di scelta forzata tra fedeltà e tradimento, non si prova alcun sentimento verso gli infedeli, sembra quasi che non esistano, così come non ci sono spiegazioni da dare, tanto che per quanto i protagonisti si interroghino, alla fine le loro domande non troveranno alcuna risposta.
Il gioco della seduzione, che il regista conduce abilmente, si spiega nel ritmo lento di certe immagini, che vengono rallentate appositamente, per sottolineare uno sguardo, un passo, un abito. E con quei rallentamenti voluti, il tempo si allunga e si eterna, nella ripetitività dei passi della protagonista, che cambia vestito ogni due scene. E solo lì si esprime il linguaggio delle emozioni, che non troverà mai il completamento in una reale storia d’amore. Fascino e sensualità si sprigionano dai colori pastello delle immagini e dalle tinte forti, come il rosso delle tende dell’albergo, dai movimenti simili a una danza, dagli sguardi tra gli interpreti, dai silenzi sottolineati da una musica struggente ed emozionante.
Wong Kar-Wai riesce dunque a dare un corpo a ciò che fa parte del regno dell’invisibile, creando un’atmosfera che riveste l’intero film e i suoi protagonisti e in quell’incedere armonioso, nella lentezza delle pose, in un colore, si avverte qualcosa di immateriale, che pure viene filmato, come per magia.
Gli ambienti stretti, la pioggia continua, gli spazi chiusi contribuiscono all’impossibilità dell’evolversi dell’amore, che rimarrà irrisolto, poiché i personaggi non coglieranno il giusto tempo della fioritura e lasceranno passare il momento perfetto. Così alla fine Chow si recherà presso le rovine del tempio di Angkor, simbolo delle devastazioni del tempo, che rende tutto indistinto e irreale.
«Ricominciamo?»
Una delle tante parole dell’amore, della fine impossibile, dell’eterno cercarsi per ritrovare se stessi nell’altro. Ecco la parola-chiave di Happy Together, film del 1997 del regista cinese. Ricominciare è il desiderio che niente finisca, è riprendere
una storia per cercare di proseguirla migliorandosi, è la voglia di cambiare tutto per non perdersi e ogni volta che si pronuncia, riparte da zero anche il film, passando repentinamente dal bianco e nero al colore.
Lai Yiu-Fai e Ho Po-Wing sono una coppia omosessuale di Hong Kong, essi decidono di partire per l’Argentina, per vedere le cascate dell’Iguazù, ma non le raggiungeranno mai insieme, mentre a Buenos Aires la loro storia andrà in rovina. Wing decide di interrompere la relazione. Fai lavora all’ingresso di un bar dove si balla il tango e cerca di attirare i turisti, il suo scopo principale è quello di racimolare il denaro necessario per tornare a Hong Kong, mentre Wing fa il mantenuto e conduce una vita dissoluta. Una sera casualmente si ritrovano e Fai accetta di ospitare il suo ex compagno, ma niente sarà come prima. Fai lascerà il precedente impiego e andrà a lavorare in un ristorante dove incontrerà Chang, un cuoco di Taiwan (che lascerà tutto per partire alla volta della Patagonia) e alla fine riuscirà a tornare nella sua città, mentre Wing continuerà la sua corsa verso l’abisso.
I due amanti si perdono lungo la strada delle cascate e si separano, il percorso che doveva ricongiungerli invece li divide e il non riuscire a giungervi raddoppia la perdita, che diventa geografica e anche umana.
Fai nasconde il passaporto a Wing e non vuole restituirglielo ed ecco che questo simbolo d’identità e d’indipendenza provoca un’ulteriore rottura. Il passaporto nascosto è per Fai garanzia del ritorno di Wing, ma per quest’ultimo diviene causa di immobilismo forzato. Privato della sua identità e senza un domicilio fisso, la stanza nella quale lo ospita Fai, diviene luogo di transito, punto di partenza e al tempo stesso di frattura.
Tra i due protagonisti c’è un’importante componente psicologica, una forte intimità fisica, non è solo sesso, ma vera intimità, la perfetta conoscenza del corpo dell’altro che diventa parte di sé e un continuo ripetersi dei rituali di coppia, prendersi cura l’uno dell’altro, prepararsi da mangiare, fumare i mozziconi di sigaretta dell’altro, ma anche le lotte continue per avere un ulteriore contatto fisico.
Il tutto si svolge all’interno della stanza dove i due vivono come reclusi, in balia di un rapporto ossessivo-possessivo e dalla quale escono a turno, per non interrompere la continuità. Ossessione dell’altro e ossessione del luogo.
Lo spazio diventa dunque non-luogo, territorio d’esilio, con richiami continui per tutto il film, il faro all’estremo sud della Patagonia per Chang (“laggiù c’è un faro dove vanno i malati d’amore e lasciano lì i loro dispiaceri.”) e le cascate per Fai, ma tutti i territori non sono che un pretesto, uno specchio che conduce sempre a se stessi e il luogo alla fine non è altro che eco interiore.
Anche qui il regista sospende il tempo grazie al rallentamento, in particolare rimane impressa la scena in cui lo sguardo di Fai sulla strada e quello di Wing attraverso il vetro della macchina, s’incrociano, il tempo sembra dilatarsi e allungarsi in quello sguardo senza fine.
Il film gioca su una circolarità che non si chiude, su un ritorno perpetuo, un continuo rincorrersi, sull’ambiguità del detto e del non detto, su una ritualità che fissa, ma malgrado l’impasse che si genera, si giunge comunque al ‘dopo’, ma dopo l’amore e dopo la fine dell’amore si può ancora tornare dall’altro?
Il fatto è che non si può prescindere dall’altro, happy together, si è felici insieme, i luoghi della gioia si scoprono in due.
«Ricominciamo?»
Postato alle 17:58 di domenica, 04 maggio 2008 da dalloway66
Com’è strano questo tempo indefinibile in cui tutto accade, ma in un groviglio di dimensioni sconosciute. Come si spiega questo potere sfiorare ciò che è impalpabile? Come si fa a lasciare orme sul piano immateriale sul quale camminiamo? Io non so dove si trovi la ragione, dove poggi l’universo quando ne incliniamo il piano, io proprio non so quale forza motrice spinga al di là di ogni saggezza, né dove si posino i pensieri razionali. E rido, con il riso degli stolti, perché non m’importa, perché non c’è nessun’altra strada che s’incroci con la mia, se non questa. Ogni altra cosa rimane in ombra dopo la rivelazione, l’orizzonte non è che una linea, i giudizi non sono che note stonate, corde d’archi che stridono, non è in questi inseguimenti sconnessi il nonsenso, ma nel cercare di spiegarli, nel tentativo vano di fuggirli, perché non può esistere altra felicità, al di fuori di questa.
Siamo prede del destino, ogni incontro è segnato e il nostro è talmente meraviglioso che non può che avere origine divina. Complicato è preservarlo e mantenerlo, l’amore dell’età matura è forse più gravoso perché si porta dietro il fardello dell’esperienza e della conoscenza del mondo e del prossimo, eppure le cose finiscono quando c’è la volontà di interromperle, quando la struttura si piega alle convenzioni, quando non si ha più voglia di condividere, quando si crede che lo stupore coincida con l’impossibile, al contrario, quando un profumo di albe tenui arriva all’improvviso a destare dai sonni inquieti, a rigenerare le particelle infinitesimali, a regalare attimi infiniti, vestiti di prodigio, ecco che giunge la meraviglia, l’epifania inattesa e il miracolo risiede, con la sua luce soffusa, nell’intensità di uno scambio inesprimibile, nel raggiungersi mistico di un altrove senza precedenti.
Era ‘l giorno ch’al sol si scoloraro
per la pietà del suo Fattore i rai,
quando i’ fui preso, e non me ne guardai,
ché i be’ vostr’occhi, donna, mi legaro.
Tempo non mi parea da far riparo
contr’a’ colpi d’Amor; però m’andai
secur, senza sospetto: onde i miei guai
nel comune dolor s’incominciaro.
Trovommi Amor del tutto disarmato,
ed aperta la via per gli occhi al core,
che di lagrime son fatti uscio e varco.
Però, al mio parer, non li fu onore
ferir me de saetta in quello stato,
a voi armata non mostrar pur l’arco.
(Francesco Petrarca, Canzoniere)
Se mi lascio guidare da una traiettoria indefinibile, come se fossi, io stessa, il dardo che, scagliato, segue poi la parabola che gli impongono il tiratore e le correnti d'aria, ma che non sa quale sia l'intenzione che ha generato il lancio prima dell'arrivo, certamente, giungerei da te lo stesso. C'è una volontà implicita in certe cose, ci sono movimenti imperscrutabili, suoni non udibili e molto di quello che non ti so dire è perché non si può dire, ci sono gesti inenarrabili e sensazioni che saltano fuori dal corpo per incollarsi all'altro, come un vapore che ricopre. La voce dell'amore cambia la sua lingua in base alle persone, è una cosa che non si può studiare, che non ti servirà con gli altri, ma solo con chi ami, è un linguaggio che si costruisce da solo e non ha eguali, è unico e imprescindibile dall'amore che t'invade.
Di certo ho appreso che per quanto si fugga, Amor prima o poi ti acciuffa, e non serve a niente scegliere sempre le strade secondarie, né illudersi di essere liberi. Il dardo che ti si conficca nel fianco ti tiene legato a qualcun altro, che tu lo voglia o no e alla fine ti accorgi che in verità non volevi altro, se non quello, quella ferita continua che non si rimargina, quel dolore che ti tiene desto e impigliato, ecco, quella felicità immotivata, quella gioia incontenibile, quella dipendenza desiderata, quell’appartenere, quell’essere proprietà di qualcuno che non sia tu.
Ma non bisogna mai adagiarsi, né viver di certezze, poiché una sola distrazione può essere fatale. Perciò tu segui ogni mio passo, scardina le intercapedini, inserisciti in ogni mio respiro, finisci ogni giornata col mio nome tra le labbra, agita le mie notti, prenditi il mio sonno, sfiancami con il desiderio che non conosce freni e tienimi con te, come un’appendice del tuo corpo, del resto ormai, io non vivo che per i tuoi ritmi altalenanti, per i tuoi assalti e le tue rese, per i tuoi fiumi di parole e i tuoi silenzi imbronciati, per il tuo sguardo che si allunga e che oltrepassa, per i racconti recitati, per il tuo impeto incontenibile, per come mi rimproveri impietosamente e poi mi cerchi con la dolcezza delle notti estive, per il righello con il quale segni ogni passaggio importante, per come mi spieghi quello che non so, per le tue movenze aggraziate di gazzella e per i momenti di grande confidenza, per come accarezzi il mio udito pronunciando le consonanti dentali, per come mi hai resa incapace di strutturare il mio tempo al di fuori del tuo, io vivo per te e di te, amore mio.
Postato alle 20:09 di lunedì, 28 aprile 2008 da dalloway66
PARTE I
LA NOTIZIA
Quando vi sembra di essere finalmente in vacanza, liberi, sereni e senza impegni, mentre tutto fila liscio, ecco che all’improvviso vi giunge una telefonata e come d’incanto l’equilibrio si spezza e mille frammenti vi schizzano addosso. Quando vi sembra che le vostre parenti più prossime non siano più in età da marito o che comunque abbiano ormai superato l’urgenza contrattuale, ecco che puntualmente venite smentiti e come un panzer vi investe la notizia più inattesa, quella di un bel matrimonio tardivo.
I PREPARATIVI
Se avete una madre ansiosa, prenotate un po’ di sedute di psicoterapia, perché tutto diventa più stressante.
«Odddiiiiioooo! Cosa mi metto???» vi urla nelle orecchie saltellando per tutta la casa (in mutande) mentre passa in rassegna tutti i completini del secolo scorso, da poter rispolverare per l’occasione. Con una punta di crudeltà voi smorzate subito i suoi entusiasmi, lanciandole sguardi carichi di disapprovazione, indi tornate alla vostra attività preferita (leggere).
«Aaaaaahhhhh!» vi risveglia la vostra impetuosa madre: «Sono ingrassaaaaaata!» allora voi siete costretti a ricordarle che si abbuffa a pranzo e che ammorbidisce i pasti con generose sorsate di vino. Ma poiché l’argomento non è di suo gradimento, vi liquida con un secco: «Comincia a pensare al regalo piuttosto!»
IL VIAGGIO
Finalmente il momento è arrivato! È questo il giorno! Pensate, con parecchia apprensione, ai faraonici lavori che imperversano sull’autostrada, quella che dovete prendere voi ovviamente e che sono fonti di file chilometriche sotto il sole battente. Ed ecco che lo spettro di un mini viaggio dentro l’auto di vostra madre, con i sedili di velluto e senza aria condizionata, vi strappa un lamento di dolore. Vi viene in mente perfino l’episodio di CSI sul caso di autocombustione! Naturalmente mentre voi pensate a tutte le catastrofi possibili, vostra madre è in sala trucco da ore. Di tanto in tanto vi raggiunge il suono del phon, grazie al quale qualche boccoletto è stato rimesso a posto, poi venite reclamati per temperarle la matita per gli occhi, quindi redarguiti a causa della vostra lentezza nell’eseguire gli ordini. Alla fine, quando sembra giunta l’ora fatidica dell’ingresso in macchina, venite raggiunti da uno sguardo allibito, seguito da stortura delle labbra in una smorfia di disgusto, il tutto causato dal vostro abbigliamento definito ‘da profugo polacco’. Un’occhiata all’orologio vi salva da ulteriori indugi.
Via, più veloci della luce, causa ritardo impressionante.
Vostra madre si improvvisa novella Schumacher e vi fa perdere i chili di troppo. Anche se normalmente siete atei convinti, quasi inconsciamente recitate il rosario, mentre vostra madre fa le corna a un camionista nerboruto e strombazza alla motoape di un pescivendolo, che le rivolge il gesto dell’ombrello. Mentre le Avemarie e i Padrenostri si inanellano uno dietro l’altro, vostra madre finge di non notare la segnaletica, ignora gli stop e sorpassa un autobus in una strettoia, facendovi passare dal sacro al profano con una sequela di paroline in vernacolo. Vi accorgete di grondare, ma non è solo paura, c’è anche il divieto perentorio di abbassare i finestrini, infausti procacciatori di fastidiose correnti d’aria che potrebbero rovinarle l’acconciatura!
Alfine giunsero alla meta!
PARTE II
LA CENA
Finalmente il sole tramonta e potete predisporvi per affrontare l’ultima parte della giornata campale, quella che si presenta anche come la parte più invitante, la cena appunto. Vostra madre continua ad essere sprintosa (ringalluzzita dalla guida ardita) e soprattutto in ritardo, così ripartite di gran corsa.
Il posto è affascinante, con il prato verde e quasi in riva al mare. Il tramonto vi rapisce, il prosecco che vi hanno offerto appena arrivati vi addolcisce i sensi, tutti sembrano rilassati. Vi siete appena accomodati e avete già iniziato a svuotare la bottiglia di vino che vi osservava dal secchiello, quand’ecco che un’enorme tavolata, dietro di voi, viene apparecchiata e riempita di delizie.
No, no, no, no! non ditemi che si tratta di un buffet! Sì, sì, sì, sì! Proprio così!
Ricomponetevi, smettete di strabuzzare gli occhi e piantatela di sbattere le palpebre freneticamente! Ma già guardate, con occhi supplici, vostra madre, sì, quella ansiosa, quella che vi ha stressato tutto il giorno! Quella però ardimentosa, capace di sgomitare e farsi largo tra gli umani, tanto da raggiungere incolume le cibarie! Voi siete lì, terrorizzati dalla ressa, immobili, agganciati alla sedia, le mani saldamente afferrate ai braccioli! Finalmente la vedete comparire all’orizzonte col bottino in mano. La festa può cominciare! Si mangia e si beve, mentre un maxi-schermo allestito all’ultimo minuto, in mezzo al prato (per evitare che la componente maschile disertasse il convivio!) trasmette una partita dell’Italia dei mondiali. Sarà il profumo del mare, sarà il vino, sarà il cibo, ma quasi quasi viene voglia anche a voi di saltare sull’erba al terzo gol! Ormai siete totalmente inseriti nel gruppo, fate anche finta di capire come funziona il fuorigioco e ricordate perfino i nomi dei calciatori. Eppure c’è qualcosa di strano in questo matrimonio…
Vi guardate intorno e notate che alla fine tutti stanno gridando «goooooool» e «W l’Italia!!!» E nessuno, ma proprio nessuno W GLI SPOSI!!!
Postato alle 08:17 di venerdì, 25 aprile 2008 da dalloway66
Giovanna di Aragona e Castiglia, nota come Giovanna la Pazza (1479-1555) fu la sfortunata vittima di un’epoca storica e degli interessi politici di familiari senza scrupoli. Giovanna era figlia di Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona e visse in pieno l’esperienza della Santa Inquisizione, tanto caldeggiata dai genitori e da lei, anticonformista e tiepida nei confronti della religione, invece sempre avversata. A diciassette anni fu data in moglie a Filippo il Bello, del quale si innamorò sul serio al di là del matrimonio stabilito dalle dinastie.
In base alla storia ufficiale la follia di Giovanna si manifestò apertamente alla morte prematura del marito, tanto che, si diceva, non si volesse nemmeno separare dal suo corpo, convinta che fosse ancora vivo, e ancora prima della sua morte, pare avesse mostrato nei suoi confronti, una gelosia morbosa e incontrollabile.
In realtà le cose andarono in modo molto diverso.
Bergenroth e Hillebrand ristabilirono la verità storica. Innanzitutto, per la cattolicissima Isabella, il comportamento da eretica della figlia non poteva che derivare da una mente malata, pertanto stabilì che Ferdinando diventasse reggente della Castiglia, alla sua morte. Nel 1504, quando Isabella morì, Ferdinando regnò, ma con enorme disappunto di Filippo. Ne nacque un conflitto tra i due, “miracolosamente” risolto dall’improvvisa morte di Filippo. Da qui parte la leggenda della pazzia di Giovanna, messa in giro abilmente dal padre, il quale si affrettò a confinarla nel castello di Tordesillas prima che potesse rivendicare diritti al trono.
Alla morte di Ferdinando, la Spagna passò nelle mani del figlio di Giovanna, Carlo di Gand, il quale dopo una breve visita alla madre, che non vedeva da dieci anni, decise di lasciarla prigioniera, continuando la politica del nonno. Naturalmente non poté fare a meno di constatare che la madre non era affatto afflitta da una forma di follia, ma preferì soprassedere in favore della ragion di stato.
Durante la prigionia Giovanna subì perfino la tortura da parte dei suoi aguzzini, in particolare dal suo feroce carceriere Ferrer, che fu anche accusato dal viceré di Spagna, il cardinale Cisneros, di avere messo in pericolo la salute della regina. Ferrer era tuttavia convinto di essere nel giusto e dichiarò «di non avere mai dato la cuerda alla regina se non su ordine del re Ferdinando.»
La cuerda consisteva, secondo Bergenroth, nel sospendere la vittima per le braccia e nell’attaccarle ai piedi dei grossi pesi che finivano per disarticolare le membra.
(Karl Hillebrand, Un enigma della storia, 1986, Sellerio)
Dopo la prima visita di Carlo alla madre le notizie aumentano e diventano più precise. Egli le aveva infatti assegnato come governatore, il marchese di Denia, che doveva tenerlo costantemente informato. Oltre ad una corrispondenza ‘ufficiale’, che veniva letta davanti ai consiglieri privati del re, ne esisteva un’altra, privata, che il marchese scriveva personalmente, per evitare che chiunque altro, a parte il re, ne venisse a conoscenza.
È la follia della regina madre che si tenta così di nascondere a tutti […] Non era piuttosto il timore di
vedere sollevare dei dubbi su questa follia, che poteva sembrare e in effetti sembrò a molte persone una semplice sovreccitazione nervosa aumentata dalla costrizione? La corrispondenza segreta trovata da Bergenroth risponde a queste domande.
Ciò che si chiamava pomposamente il palazzo di Tordesillas era un edificio rozzo che somigliava più a una dimora borghese che a un castello reale. […] la regina abitava una cameretta vicino alla grande sala completamente sprovvista di finestre e perfino di abbaini. La rischiarava solo una lampada accesa giorno e notte. Giovanna non doveva lasciare questa stanza per nessun motivo […] Poiché i passanti avrebbero potuto sentire il suo appello, si giudicava prudente confinarla nella sua stanza scura. Nelle rare occasioni in cui poté uscirne per qualche momento, era strettamente sorvegliata.
(Karl Hillebrand, Un enigma della storia, 1986, Sellerio)
Una delle cose che stavano più a cuore a Carlo e al marchese era la salute spirituale della regina ed il fervore religioso di cui era sprovvista bisognava procurarglielo con qualsiasi mezzo. Denia scrive così al re:
«Se vostra maestà ordina che sua altezza sia trattata con riguardo, vostra maestà… agisce come un buon figlio. Deve tuttavia essere convenuto che io, nella mia qualità di vassallo, debba fare ciò che è utile a sua altezza.» Ora egli gli aveva detto precedentemente ciò che credeva «utile a sua altezza» assicurando che «niente le farebbe tanto bene quanto la tortura» e che si «renderebbe servizio a Dio e a lei stessa applicandogliela».
(Karl Hillebrand, Un enigma della storia, 1986, Sellerio)
Nel 1520 fu liberata dai ribelli, dopo quindici anni di reclusione. Con la rivolta dei comuneros la regina ebbe dunque una chance di salvezza, ma non la sfruttò per non tradire il figlio e la nobiltà. La regina era molto amata dalla borghesia, che non credeva affatto alla sua follia e inoltre, conoscendone la tolleranza, era anche convinta che potesse divenire una possibile salvatrice dall’oppressione religiosa che dilagava in tutta la Spagna. Ma Giovanna non volle mettersi a capo dei ribelli. E proprio quella nobiltà alla quale era andata incontro, convinta che l’avrebbe spalleggiata, invece la tradì, per timore di perdere tutta la ricchezza che aveva accumulato a spese delle proprietà reali e perché la tolleranza della regina era pericolosa e poteva condurre addirittura ad una condivisione dei poteri con il popolo.
Una volta decisi a prendere partito per Carlo, i nobili furono obbligati a conformarsi ai suoi ordini, e i suoi ordini furono categorici. L’indomani Giovanna rientrò nella sua prigione per non lasciarla più. (Karl Hillebrand, Un enigma della storia, 1986, Sellerio)
Dopo centotre giorni di libertà, Giovanna andò incontro a una prigionia ancora più dura, dalla quale poté liberarla solo la morte. Tutti coloro che le stavano vicino furono allontanati, fu sottoposta a supplizi, lasciata totalmente sola, controllata a vista e tormentata dai monaci che volevano convertirla a tutti i costi, ormai convinta che mai più avrebbe riavuto la libertà e con il peso del tradimento perpetratole dal suo stesso figlio, a quel punto la sua ragione cedette davvero.
Si credette perseguitata da spiriti maligni; le sembrò di vedere un grande gatto nero lacerare le anime di Ferdinando, suo padre, e di Filippo, suo sposo; ebbe dei terrori improvvisi. Dopo queste allucinazioni venivano dei momenti di calma e lucidità in cui ragionava come nei primi vent’anni del suo sequestro. Intanto, se lo spirito resisteva ancora, il corpo era spezzato. Essa finì per non lasciare più il letto lurido dove prendeva il suo nutrimento; cadde infine in uno stato del tutto bestiale, e le ultime infermità non le furono risparmiate.
Il giorno della liberazione apparve il 12 aprile 1555, dopo quarantanove anni di prigionia e quando ebbe raggiunto l’età di sessantasei anni.
(Karl Hillebrand, Un enigma della storia, 1986, Sellerio)
Ci sono vite votate al sacrificio dal destino, ci sono storie che sembrano incredibili nella loro assurdità, ma che uomini, donne, bambini sono stati costretti a vivere sulla propria pelle e poi c’è sempre un’autorità che decide, che organizza, che teme per se stessa e che, nella sua piccolezza, non può che rinchiudere, opprimere, vessare, perché non c’è niente che spaventi più di un essere umano che crede nelle proprie idee e che ha la forza di sostenerle, malgrado tutto.
La prigionia di Giovanna durò 49 anni.
Postato alle 17:50 di giovedì, 17 aprile 2008 da dalloway66
Ci sono persone che non riescono a stare ferme. Ci sono anime inquiete che compiono unicamente salti nel vuoto, nel buio e il viaggio è l’unica chance che hanno. Non c’è scelta, se non quella di librarsi di continuo, sollevare i piedi dal suolo, mollare ogni zavorra. Non si tratta di indifferenza o superficialità, non è un non volere mantenersi saldi agli affetti, alle cose, alla vita. È un bisogno che prende tutti quelli che si portano dentro il fardello dell’universo, quelli che hanno avuto la ventura di guardare oltre e non possono tenere il peso di un segreto così importante. Non è giusto addossare certi eventi ad una minoranza sperduta, costringendola all’esilio perenne.
L’anima attraversa i secoli, non si riconosce in un corpo, in un sesso, in una vita. L’anima ti trascina in una spirale di momenti che non sempre si possono riconoscere. L’unica possibilità è nella corsa continua, nella fuga, nell’inseguire la fioca luce che si perde già in lontananza, è in questa condanna che sbarra il passo e quello che hai dentro non lo puoi dire, si perderebbe in mille frammenti, come pulviscolo atmosferico, come volo continuo, eppure irrealizzabile.
Se la vita ti costringe alla lotta, fin dall’infanzia, poi ti volti indietro e ti accorgi che ogni guerra non fa altro che lasciarti un cumulo di macerie dentro, ma se la tua è stata sempre una lotta per la sopravvivenza che alternative avevi? Il fatto è che non si può costruire più niente sulle macerie, le fondamenta saranno sempre minate alla base e così non rimane altro da fare che partire di continuo. Nessuno può legare chi è costretto a correre. A volte anche una semplice carezza ti illude che tu possa cambiare il corso della tua vita, ma è appunto l’illusione di un istante, un istante puro, cristallino, in cui riesci a vedere tutto distintamente, come un tempo. Ma la mano del vento, rapidamente ti porta via e tu sai che non puoi opporle resistenza, che qualsiasi reticenza è vana e dannosa per te e per chi ti sta accanto, che non puoi chiedere a nessuno di subire la tua condanna. Sei l’eroe tragico che deve portare avanti con coraggio ed umiltà tutta la trama dell’esistenza, lottando vanamente in un’epopea già scritta.
La pioggia cade come lame e ferisce con il suo incedere a piombo, ti cade addosso come una necessità che prescinde da ogni volontà e ti fa chiudere gli occhi, ti fa sguazzare tra le pozzanghere, col guizzo divertito di chi vuole mettere sempre alla prova, di chi vuole procurare almeno un po’ di fastidio prima di infrangersi al suolo e allargarsi, macchia trasparente, dove si riflette il cielo, prima che i passi frenetici sporchino ogni cosa.
Tra la folla, tra i volti che non conosco, mi insinuo, compiendo passi veloci, simili a una danza, ma in realtà è solo desiderio di raggiungere al più presto il mio nascondiglio, dove indugiare tra i miei libri, tutte quelle pagine piene, ancora da scoprire, da accarezzare, da annusare, da vivere, lontano da tutto, per continuare a correre e prendere il volo, col fulgore degli astri che incide il sonno e mantiene la veglia fino allo stremo delle forze.
Se fosse solo un miraggio, se tutto questo si disperdesse come la nebbia, come l’evanescenza di un sogno, se solo potessi raggiungere di nuovo la libertà, abbarbicarmi alla speranza, colpire e affondare la mia mente, fronteggiare ogni ragione a colpi di spada, riuscire a camminare tra l’ombra e la luce, mantenendo ogni fragranza per il resto del viaggio, per sempre. Allora non ci sarebbe più alcun bisogno degli occhi per vedere, né del tatto per sentire, né dell’udito per ascoltare, ogni cosa sarebbe parte di me, tutto avrebbe un linguaggio nuovo, onnicomprensivo, ogni particella troverebbe uno spazio adeguato, non ci sarebbero zone di transizione, il vuoto non mi trascinerebbe con la sua forza superiore, non sarei in balia degli alisei, non scatenerei intemperie, le ombre si confonderebbero con la materia, l’anima si placherebbe in un abbraccio, niente avrebbe più fine, l’approdo diverrebbe finalmente possibile.
L’ultima stella
Il mio argenteo guardare stilla nel vuoto,
Mai presagii che la vita fosse cava.
Sul mio raggio più leggero
Scivolo come su trame d’aria
Il tempo in cerchio, a palla,
Instancabile la danza mai danzò.
Freddo serpente scatta il fiato dei venti,
Colonne di pallidi anelli salgono
E crollano di nuovo.
Che cos’è la silenziosa voglia d’aria,
Questa oscillazione sotto di me,
Quando io mi giro sopra i fianchi del tempo.
Un lieve colore è il mio movimento
Ma mai baciò il fresco albeggiare,
Mai l’esultante fiorire di un mattino me.
Si avvicina il settimo giorno –
E la fine non è ancora creata.
Gocce su gocce finiscono
E si sfregano di nuovo,
Nelle profondità barcollano le acque
E si accalcano là e cadono a terra.
Selvagge, scintillanti ebbre-braccia
Schiumano e si perdono
E come tutto si accalca e si stringe
Nell’ultimo movimento.
Più breve respira il tempo
Nel grembo dei Senzatempo.
Arie vuote strisciano
E non raggiungono la fine,
E un punto diventa la mia danza
Nella cecità.
(Else Lasker-Schuler)
Postato alle 09:53 di domenica, 13 aprile 2008 da dalloway66
Di tutti i piaceri che lentamente mi abbandonano, uno dei più preziosi, e più comuni al tempo stesso, è il sonno. Chi dorme poco o male, sostenuto da molti guanciali, ha tutto l’agio per meditare su questa voluttà particolare. Ammetto che il sonno perfetto è quasi necessariamente un’appendice dell’amore: come un riposo riverberato, riflesso in due corpi. Ma qui m’interessa quel particolare mistero del sonno, goduto per se stesso, quel tuffo inevitabile nel quale l’uomo, ignudo, solo, inerme, s’avventura ogni sera in un oceano, nel quale ogni cosa muta – i colori, la densità delle cose, perfino il ritmo del respiro, un oceano nel quale ci vengono incontro i morti. Nel sonno una cosa ci rassicura, ed è il fatto di uscirne, e di uscirne immutati, dato che una proibizione bizzarra c’impedisce di riportare con noi il residuo esatto dei nostri sogni. Ci rassicura altresì il fatto che il sonno ci guarisce dalla stanchezza; ma ce ne guarisce temporaneamente, e mediante il procedimento più radicale riuscendo a fare che non siamo più.
(Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano)
Chi non ha un sonno regolare capisce bene quanto sottile sia ogni linea di confine, quanto ogni realtà possa trasformarsi e deformarsi facilmente, come i pensieri si leghino abilmente al reticolato di sogni che invadono la realtà, oltre che il momento del sonno. Si vive di attimi, sommati gli uni agli altri, tutto è connesso, ogni nostra parola e ogni gesto si incontrano con quelli degli altri, in un unico discorso che non è altro che il tentativo di comprendere chi siamo e cosa ci facciamo qui.
Il sogno notturno è certamente quanto di più vicino all’anima, alla divinità, al nostro strato etereo, possiamo concepire e proprio il sogno dovrebbe farci intendere che la nostra natura non è soltanto terrena. Ci spostiamo, di notte, per livelli e dimensioni incomprensibili, il tempo non esiste e nemmeno le barriere, nel sogno siamo onnipotenti e la morte non vince in nessuna occasione, anche se precipitiamo da alture improponibili, non ci schiantiamo mai, perché sappiamo volare, frenare la caduta, annullare la forza di gravità.
Durante l’attività onirica ci è concesso incontrare persone che abbiamo amato e che non ci sono più, discutere con loro come se fossero nella nostra dimensione, ma senza strascichi, senza trascinare alcuna eco di morte nella vita che riprende, al nostro risveglio. La capacità di sognare è l’unica magia che possiamo fare, senza bisogno di giochi di prestigio o di antichi rituali.
Che cos’è l’insonnia se non la maniaca ostinazione della nostra mente a fabbricare pensieri, ragionamenti, sillogismi e definizioni tutte sue, il suo rifiuto di abdicare di fronte alla divina incoscienza degli occhi chiusi o alla saggia follia dei sogni? L’uomo che non dorme […] si rifiuta più o meno consapevolmente di affidarsi al flusso delle cose. […] Quante volte, levandomi alle prime ore del mattino per studiare o per leggere, ho riordinato con le mie mani quei guanciali spiegazzati, quelle coperte in disordine, testimonianze quasi turpi dei nostri incontri con il nulla, prove che ogni notte non siamo già più…
(Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano)
Il sonno viene spesso associato alla morte. Il nostro apparente annullamento è solo un congedo momentaneo, ma chi ci osserva, in certe notti calme in cui nessun sussulto ci scuote, in quel silenzio composto, può intravedere l’immagine di una morte tranquilla, che sopisce tutti i sensi e annienta il respiro. Ecco, è più che altro nell’osservatore che nasce l’associazione di idee, mentre chi dorme e sogna vive tutte le sue vite separate, ignaro di qualsiasi legge terrena.
Nelle mie notti insonni scorgo passaggi di ombre e ricordi che si accavallano in un flusso che mi scuote di continuo, togliendo qualsiasi possibilità al sonno di sopraggiungere. Nessuna incoscienza mi soccorre, ma un’analisi lucida delle ore appena trascorse, una sbobinatura lenta di tutte le parole sentite, i concetti espressi, i gesti compiuti, quelli negati e in mezzo a tutto questo, c’è sempre quella parte di vuoto che è il canale privilegiato che ci consente di raggiungere i luoghi del prodigio, della memoria, del tempo che è e non è.
Cosa ci rimane poi di tutte le fatiche notturne, in che modo si contaminano sogno e realtà? A volte il ricordo di alcuni sogni è talmente vivido, da confonderci. Nei miei momenti tumultuosi, in cui il caos prevale sulla ragione, mi capita di unire disordinatamente ciò che ho sognato con quel che ho vissuto, appropriandomi di ricordi che non sono i miei e vivendo esperienze che non ho concretizzato. Ci sono attimi in cui so che il passo che si può compiere per raggiungere la follia è così semplice da percorrere, che mi sporgo sempre di più, quasi in attesa che un tentennamento di troppo mi precipiti, infine, nell’oblio.
Cedere alle lusinghe del flusso incosciente, perdersi nei vortici avvolgenti, senza necessità di spiegazioni, vagare, abbandonarsi, disperdersi, propagarsi, ma è un attimo, se ti muovi, mia rosa, impercettibilmente, nel sonno, so che devo tornare, posare il mio sguardo attento su di te, accarezzarti con delicatezza, proteggere il tuo riposo, placare tutti i tuoi demoni… non è tempo, ancora, di errare tra le ombre.
Il mio tempo con te è già incanto e privilegio, viaggio tra le dimensioni, apertura e chiusura, ragione e sconsideratezza, contemplazione mistica e tocco materiale, è già un continuo disgregarsi e ricomporsi, perché solo chi, come noi, si è addentrato in certi territori sa che il tuffo necessario non conosce i limiti umani, è questo il modo in cui i nostri sogni invadono la realtà, è così che la concretezza attraversa il sogno, siamo macchie di colore impresse sulla tela di un quadro astratto, che muta di continuo.
Chi mai potrebbe definire, circoscrivere, l’inesprimibile? Le nostre ombre si allungano a dismisura, per coprire tutti gli spazi temporali. Portami via, amore mio.
Postato alle 10:32 di mercoledì, 09 aprile 2008 da dalloway66
La musica avvolge, stringe, la corda tesa del violino vibra con l’intensità dell’impatto emotivo e non c’è nulla davanti e nulla dietro, nessuno più esiste all’interno di questa campana preziosa che ci contiene, non ci sono attese, né pretese, tutto è percepibile e chiaro, perché il tempo è ora.
Le parole si tingono di un blu intenso, come profondità marine, si disegnano sui fogli bianchi, saettano come voli di rondine irregolari, cadono in picchiata e poi riprendono quota, seguendo i moti dell’anima, sembra che vogliano fare una sosta, ma subito ripartono lasciando tracce, pennellate armoniche che mescolano la ragione con le forti emozioni, il desiderio con il tranquillo scorrere delle ore e trasformano il lontano in vicino e ciò che sembra impossibile in realtà. Con la mia bella grafia, curata nel dettaglio, ma che sgorga come fonte naturale, voglio imprimere la mia voce su carta, per non lasciare mai più nulla nel regno del non detto.
«Ora ho capito, tu sei davvero il mare.
Ho preso la rincorsa e mi sono tuffata,
ti ho centrata, ma senza farmi male,
tu non più bruna ma bionda, occhi cerulei,
e nuotavo sulla tua molto
accogliente superficie.
Tu in piedi poi altamente signorile
pompaduresca con i capelli alti
e costruiti, ossequiente io a tanta signoria,
timida e distante ti guardavo, felice
sapevo che eri mia.»
(Patrizia Cavalli da Sempre aperto teatro)
La rivelazione si presenta come un’onda improvvisa che si schianta sulla battigia e spruzza schiuma di sale, la rivelazione prende corpo in un intreccio di suoni e sogni, che trovano la medesima strada per arrivare, nello stesso istante, in mondi diversi e in un soffio, in un alito di spuma si concentra tutto ciò che c’è da sapere. Ci sono momenti che si completano nella loro semplice esistenza e guardano, sornioni, tutto quell’accumularsi precedente di ore inutili e senza senso, tutto si può concentrare in quell’attimo che l’amore rende eterno, che vorremmo parcellizzare e spargere su tutti i giorni a venire, come garanzia, come pegno di vita imperitura.
Si racchiude in ogni tua parola, la parola che attraversa le terre ed i confini, che corre trepidante verso di me, insieme al tuo sguardo carico di tutta una vita che pulsa, che batte, che si abbraccia alla mia e si mescola nell’ordine, diventando il nostro disordine di animali selvatici, allo sbando, che trovano difesa nello stesso anfratto, al riparo dai rumori, dalle aggressioni, dove rifulge la meraviglia, lo stupore di un luogo sognato che ci accoglie. Tutto è così semplice, così privo di strati, così intenso, così divertente, l’amore fa ridere, fa stare bene, allontana la tempesta, dorme poco, si concede, riluce, apre le porte, tocca delicatamente, non conosce la paura, si nutre di semi, di foglie, di strati sottili, ma è sempre sazio, perché è felice.
La rivelazione è luce, come quando, mentre sei seduto a contemplare l’aria che riempie lo spazio e ti sembra che ogni cosa sia immota, una specie di soffio leggero, fresco, ti rianima e ti svela un altro universo, la vita che desideravi, che cercavi invano, che non credevi più di poter trovare e tutti diventano comparse, perdono i contorni, si smaterializzano di fronte alla manifestazione dei tuoi pensieri, dei tuoi sogni, dentro una forma precisa. Adesso che vedo la foggia, ne assaporo il profumo, mi nutro dei suoi pensieri, accolgo la sua dolcezza, mi commuovo di fronte alla sua fragilità, mi rassicuro nel sentire la sua forza, mi chino di fronte alla potenza del suo pensiero, mi lascio cullare dall’intensità del suo verbo, non distolgo più lo sguardo, perché è mia e bramo custodirla meglio che posso.
Negli assalti della passione, che si irradiano, come calore diffuso in tutti i capillari e coprono ogni terminazione nervosa, sento ogni istante come un momento di vita in più, anziché un attimo sottratto al tempo e sempre mi segue il tuo sguardo che non conosce ombre, che accoglie il guizzo dell’intelletto, pure nei giochi infantili che s’incontrano con la pesantezza di certe giornate e la vampa inesauribile dell’energia che si dona, in una generosità di sentimenti, così rara da trovare. Il freddo è bandito dai territori che bonifichiamo, tutti i giorni, con la pazienza dell’intesa, con la dedizione continua che ingentilisce e poggia su un bilanciamento completo, perché l’equilibrio è il perfetto gioco del desiderio che insegue la purezza, del tumulto che necessita d’essere placato, del discorso amoroso soddisfatto dalle parole e dai gesti. È fondamentale vestire d’unicità la persona che amiamo, è quello il segno che distingue, lo stendardo che si ostenta, tutto quello che facciamo per rendere il nostro amore esclusivo, totalizzante, l’unico possibile.
Le rose erano a disagio.
“Voi siete belle, ma siete vuote”, disse ancora. “Non si può morire per voi. Certamente, un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi assomigli, ma lei, lei sola, è più importante di tutte voi, perché è lei che ho innaffiato. Perché è lei che ho messo sotto la campana di vetro. Perché è lei che ho riparato col paravento. Perché su di lei ho ucciso i bruchi (salvo i due o tre per le farfalle). Perché è lei che ho ascoltato lamentarsi o vantarsi, o anche qualche volta tacere.
“Perché è la mia rosa”.
E ritornò dalla volpe.
“Addio”, disse.
“Addio”, disse la volpe. “Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”.
“L’essenziale è invisibile agli occhi”, ripeté il piccolo principe, per ricordarselo.
“È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante”.
“È il tempo che ho perduto per la mia rosa…” sussurrò il piccolo principe per ricordarselo.
“Gli uomini hanno dimenticato questa verità. Ma tu non la devi dimenticare. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa…”
“Io sono responsabile della mia rosa…” ripeté il piccolo principe per ricordarselo.
(Antoine de Saint-Exupéry, Il piccolo principe)
Alla mia unica rosa.
Postato alle 21:48 di giovedì, 03 aprile 2008 da dalloway66
«È certamente vero che il tempo non coincide con la storia; ma la coscienza del tempo, sì. Il tempo si fa storia quando sul continuum temporale interviene il discretum umano, quando cioè la continuità indistinta del primo, viene frazionata e scandita in ritmi umani.»
(Buttitta-Miceli, Percorsi simbolici)
Spesso non ci riflettiamo, eppure il tempo scandisce le nostre giornate, le inserisce, come piccoli tasselli di mosaico, in un quadro sempre più grande, i minuti compongono le ore, le ore i giorni, i giorni le settimane, le settimane i mesi, i mesi gli anni, in un continuo crescendo. Ma l’altro aspetto che salta subito agli occhi è anche la sua circolarità, ogni minuto finisce e ricomincia e così le ore, i giorni, i mesi, gli anni.
Esiste dunque un tempo oggettivo, standardizzato, uguale per tutti, quello dell’orologio, quello del calendario. Un tempo che ci colloca esattamente entro uno spazio temporale circoscritto. Uno storico che si basa sul tempo cronologico, racconterà la storia come una successione di eventi, tuttavia, all’interno di questo tempo, ne esiste sempre un altro, quello che non obbedisce a una scansione precisa, quello delle variabili, quello che sfugge all’uniformità. Grazie a questo tipo di tempo lo storico può allora narrare i fatti facendoli rivivere, interpretandoli e determinandoli.
Il mito invece, in quanto racconto che nasce dall’esigenza dell’uomo di spiegare ciò che gli era incomprensibile, si colloca in una specie di non-tempo, quello che Eliade ha definito l’eterno presente, dove passato e presente si fondono.
Oggi, che poniamo uno sguardo sempre più superficiale su tutto ciò che ci circonda, collocare l’uomo all’interno della natura è molto più complicato, innanzitutto viviamo una perdita dei valori, uno svuotamento interiore e un morboso attaccamento a ciò che è effimero, tutte cose che ci impediscono una visione più ampia e poi, al tempo ciclico, proprio della Natura opponiamo un tempo rettilineo, tutto in discesa, senza possibilità di ritorno, tipico dei nostri ritmi cittadini.
Uno dei miti legati al ciclo vegetativo è quello di Demetra, dea del grano e Persefone, sua figlia. Il mito racconta che Persefone, mentre passeggiava con le sue ancelle, fu rapita dal dio degli Inferi. La madre, disperata, chiese aiuto a Zeus per riavere la figlia, ma ottenne solo il compromesso di tenerla per sei mesi sulla terra e per gli altri sei nel mondo dell’oltretomba. I sei mesi nell’Ade corrispondono a quelli durante i quali la natura sembra morire, mentre il ritorno di Persefone sulla terra coincide con l’inizio della primavera e dunque con il rifiorire della natura. In tal modo si spiegavano le fasi naturali dei cicli stagionali.
In Grecia si organizzavano delle cerimonie di iniziazione, destinate a gruppi di prescelti e tra le più conosciute rientrano i misteri di Eleusi, dedicati appunto a Demetra e Persefone. Tali misteri si diffusero anche nell’occidente romanizzato e la Sicilia, in particolare fu una delle sedi principali di tale culto.
Diodoro Siculo, ad esempio, narra della festa celebrata a Siracusa in rievocazione della discesa di Persefone nell’Ade. Durante tale festa si facevano dei sacrifici incruenti, sia pubblici che privati ed era inoltre previsto l’utilizzo di un linguaggio osceno, con lo scopo di provocare il riso in Demetra, afflitta per la perdita della figlia, il riso liberatorio avrebbe favorito il rifiorire della vita. Durante le thesmophorie siracusane si realizzavano anche dei dolci a base di miele e sesamo, che riproducevano le parti intime femminili e che venivano offerti alle dee, come simboli di maternità. Si trattava di cerimonie destinate unicamente alle donne. Demetra era detta anche thesmophoros (legislatrice) perché, oltre all’arte agricola, aveva anche elaborato le prime leggi sociali.
Nella ripetitività del rituale il tempo si ferma, si fissa, ma chi di noi non ha una serie di piccoli riti quotidiani? Di gesti che hanno una sequenza specifica e dai quali non si può prescindere?
Forse proprio in questo scandire fasi e azioni, risiede il nostro anelito all’eternità.
Postato alle 17:30 di lunedì, 31 marzo 2008 da dalloway66